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2014-01-21

Discuor danza



c'è il me luminoso che danza che osa
e quello ombroso che si sbronza che cosa
quello relegato nel sogno
quello in fuga dal ristagno
c'è quello che urla
e quello che burla
quello che mai mi da retta
quello che tutto ammetta

non sarà mica una sorpresa
se mi sono fraintesa
perché fra me e me
un patto non c'è

2012-09-12

La bottega dei sogni



Ormai posso aprire una bottega. Qualche tempo fa mia madre ha venduto la sua casa per trasferirsi in una casa di cura e ho ereditato una massa di gomitoli di lana, stoffe e panni da poter fare la maglia e i vestiti fino alla quarta età. Poi, come se non bastasse, una parente che stava sistemando e vuotando una dipendenza che presto ci farà dei lavori di ristrutturazione, ci ha affidato l’archivio di long-playing record del padre e tanti bustini di cotone di ricamo quasi antico. Non avevo ancora finito di sistemare il tutto, ed eccomi che ricupero il contenuto di tanti armadi e valigie della zia maggiore di mio marito. La zia Annie ha compiuto novant’anni già qualche tempo fa, e come altri della sua generazione, non ha mai buttato niente. Quando abitava ancora a Bruxelles, s’è comprata una casa per il weekend in un piccolo paese nelle Ardenne, che le case ci costano soltanto uno spicchio di quelle in città. Poi diciamo casa, però, la si deve immaginare più grande, direi proprio vasta perché prima è stata l’unico bar del paese e si trovava nel posto più strategico, a due passi della chiesa, del cimitero e della casa di cura per anziani. Quando è andata in pensione, si è trasferita alla casa di vacanze.
Io ci sono stata solo qualche volta tanti anni fa, e i miei ricordi vaghi l’avevano già rimpiccolita quasi fino a dimensioni nane. Altro che nana l’ho ritrovata gigantesca, con il salone a dimensione di pista da ballo, il dormitorio in cui trent’anni fa, dormiva una decina di figli e nipoti, la dipendenza che avevano aggiunto per poter alloggiare ancora più parenti, la cantina, piena di stoviglie in disuso e conserve di frutta da mangiare fino all’eternità. Sua figlia aveva già fatto un lavoro titanico, perché una volta tutte queste stanze erano stracolme di cimeli, mobili, tappeti, piante, poltrone, sedie, quadri e tutto quei oggetti che una vecchia persona può aver collezionato durante la sua vita. Conservava rigorosamente tutto, anche dei relitti, perché non si sa mai se tornano utili più tardi. 
Tuttavia quello che per la mia futura bottega è più rilevante è che quelli della generazione precedente, dal lato del padre, sono stati commercianti in articoli per la chiesa: vendevano tessuti per casule, nastri, fili d’oro e d’argento e merletto e sembra che fabbricavano anche paramenti liturgici. Perfino la statua della S. Maria d’Anversa della cattedrale (http://www.flickr.com/photos/9333849@N03/2925839463/) è stata vestita da loro. Poi, non so com’è andata, forse i figli non s’interessavano al commercio oppure con i tempi che stavano cambiando, non ricevevano più tanti ordini, insomma il commercio ha chiuso e i figli si sono trovati con tanta merce rimanente e in fin dei conti una parte del magazzino è capitato da qualche nipote, qualche figlia e per finire una parte sostanziale l’abbiamo ritrovata nella soffitta e negli armadi della casa di zia Annie. 
A vederle nella soffitta, sotto la polvere, quelle vecchie scatole e quelle valigie di carta sporche sembravano buoni da buttare nella munnezza. Poi quando le ho aperte, sono rimasta meravigliata (Devi sapere che mia madre mi ha insegnato a fare la maglia, a cucire, a ricamare, ancora prima che lo facessimo a scuola e così mi ha incusso il rispetto per i lavori femminili, anche quelli più minuti. Da piccola mi ero anche messa in testa di diventare merlettista a Brugge. Purtroppo, non sono mai andata oltre annodare semplici reti da ricamare per le mie finestre): ci ho trovato pieno di passamaneria, nastri, lana e trami da ricamare, pezzi quasi finiti in piccolo punto, stole, filo d’oro e pezzetti di lino e tessuti lussuosi che da qualche generazione non hanno più visto la luce, al massimo avevano servito di nido a un topolino con la cucciolata. 
Ho portato il tutto a casa e adesso sto scoprendo nastro dopo bobina dopo gomitolo dopo pezzo di stoffa, tutto quel ben che una volta era destinato alla gloria di Dio e mi sto immaginando cosa ci farò di bello.


[Il capolavoro ripescato: un Agnello Mistico ricamato in filo d’argento e oro]

2011-12-01

Saluti dal permafrost (per quanto possa ancora esistere)


Oggi nel mio Inbox, trovo una pubblicità del giornale De Standaard, che mi mette in uno stato di confusione. Ecco che mi annunciano che stanno male le nostre regioni polari e molto probabilmente i miei nipoti non avranno più la possibilità di godersi un viaggio al permafrost. (Fino a qui, niente di sorprendente, ce lo dicono da tanto che con il cambiamento climatico le cose andranno così)

Tuttavia, continuano: non bisogna preoccuparti, visto che ora i poli sono immortalati nel documentario Frozen Planet della BBC. Sarà stato l’ultimo ritratto delle regioni polari della Terra, prima che spariscano il ghiaccio, i pinguini, i lupi e i paesaggi incantevoli innevati. E adesso che fare? Addirittura: comprare! Bisogna regalarmi quest’ultima vista del permagelo, in via di sparizione grazie alle nostre attitudini consumistiche…

È perfino questa conclusione del messaggio di solo qualche riga che mi turba e che mi lascia gelata di fronte all’assurdo di questo mondo caotico.

2011-10-20

Ich schaute mir ins Gehirn

Mi cabeza loca está en Ushuaia
escuchando el mar en la playa
Ad Urbino risiedano le mie vecchie mani
accarezzando le colline agostani
In Parijs verwijlen mijn zoete gedachten
sluimerend in zomerse nachten
Tandis que mes pieds fatigués restent enracinés
dans la terre limoneuse de mon potager

2011-10-13

babbio [en Babilese]

Mi inspiración is gone
met de wind de l'automne
und ich frage mich: Wozu
noch schreiben, lo sai tu?

2011-09-16

Abro la ventana - Schegge della vita quotidiana




Sempre di più la mia vita assomiglia ad una concatenazione di schegge pezzi colorati una fotografia un quadro uno sfiorare di un sentimento. Come in un giro in giostra sfilano immagini e roteo mulino transito in macchina sulle onde del paesaggio fra vallette nebbiose e dossi assolati che stanno aspettando l’arrivo sia del cavapatate sia dell’erpice e navigo fra frutteto e campo ascoltando Lhasa con La marée haute e dopo la foresta di mille tronchi e foglie che appassiscono arrivo in città, alla stazione, sul primo binario sfila la gente che scende dal treno. Nel vagone, restando in piedi vedo sfilare edifici ponteggi e ponti cimiteri case popolari code di macchine campi e corvi, frammenti di conversazioni mattutine si mischiano con pezzi di film di quotidiani di e-book e tante strisce di aerei nel cielo; un cristo crocifisso spunta da dietro un campo di mais, serre e case e gente in fretta, un campo colmo di oche che si stanno preparando per il viaggio al sud, cavalli e pecore e migliaia di macchine nuove sull’impianto della VW, la tangenziale bloccata da overflow di traffico… e continua il treno fra il nomansland dei binari di raccordo, la vegetazione scarsa sul pietrame, strade e case grigie costruite troppo vicino alla ferrovia, poi frena, frena e si ferma. Il giro essendo finito, ecco che il flusso della gente esce come escono le pallottole dalla mitraglia ta-ta-ta-ta-ta i tacchi sul pavimento il lamento d’acciaio dei treni in arrivo che non la smettono di frenare il flusso scorre giù dalle scale dentro il condotto, nel corridoio un addetto alla pulizia sbarra col carrello il passaggio verso l’uscita, un lampo di paura (che avessero buttato una bomba nella spazzatura?) e poi liberatami dal flusso, fuori, le sirene dell’ambulanza i clacson e fortunatamente il mendicante che salutandomi sta suonando un valzer, per terra un ciuffo di capelli neri scappata da una pettinatura africana, un collega che passa senza salutare e l’ascensore, il corridoio illuminato, l’ufficio… e apro la finestra.

2011-08-25

Odori d'estate


Questo viaggio è stato uno sfilare di odori: l’asfalto bruciato macchiato di gasolio e di vomito sui parcheggi delle autostrade, la tenda restata ammuffita in casa per quattro anni, il dolce del fico fresco dall’albero, la pizza cotta nel forno a legna, il campo di girasoli accanto alla strada, il fresco del bosco intorno al campeggio, la menta l’origano la santoreggia e il timo a fianco del sentiero, l’olio extravergine basilico e pomodoro della bruschetta, l’amaro Montenegro di dopopranzo, la salsa tartufata, il fumo di tabacco umbro soffiato dal campeggiatore vicino, l’ipoclorito di sodio nella piscina, il pesce spada grigliato, la polvere gettata nell’aria dall’erpice, il sudore dei cavalli, il fumo dell’incendio boschivo… di notte c’era un pezzo di silenzio fra lo stronfiare della gente attorno, l’ululare distante dei cani e dei presunti lupi, il canto dei grilli, l’annusare di qualche bestia vicino alla tenda, di giorno lo zampare dei cavalli, il tuffarsi dei bagnanti, la brezza del mezzogiorno nei pini e la pioggia delle foglie dei pioppi e poi, il calore del rosso casa cantoniera che mi rimane per sempre impresso nella retina. E già tutto questo sta sfumando e mi lascia sradicata nel mio ufficio sterile.


Deze reis was een aaneenrijging van geuren: verbrand asfalt besmeurd met benzine en braaksel op de parkings van de snelweg, de tent doordrongen van vier jaar muffigheid wegens niet gebruikt, de zoetigheid van versgeplukte vijgen, de pizza uit de houtoven, de zonnenbloemenzee naast de weg, de frisse boslucht bij de camping, munt oregano bonenkruid en tijm naast het wandelpad, extravergine olijfolie basilicum en rijpe tomaat van de bruschetta, de amaro Montenegro na het eten, truffeltapenade, rook van Umbrische tabak van een campingbuur, de chloor van het zwembad, geroosterde zwaardvis, stof opgerakeld door landbouwmachines, het zweet van de paarden, de rook van de bosbrand... 's nachts viel er nu en dan een stilte tussen het gesnurk in de tenten rondom, het verre huilen van de honden en wieweetookeenwolf, het sjirpen van de krekels, het gesnuffel van een of ander beest vlak naast de tent, overdag het getrappel van de paarden, het geplets van de zwemmers, de middagbries in de dennen met een regen van bladeren van de populieren, en verder, de warmte van het casa cantonierarood dat op mijn netvlies is blijven hangen. En toch is dat alles alweer aan het vervagen en voel ik mij ontworteld in mijn aseptische kantoor.

2011-07-26

Trop, c'est too much


Foto: Sborda l'acqua dallo... stivale

Oggi è impossibile lavorare in ufficio. Da quando sono arrivata, ogni cinque minuti sobbalzo dallo strepito dei martelli pneumatici, che prendono d’assalto qualche parete sotto il mio posto. Provo a installarmi nell’ufficio di una collega assente, dall’altra parte dell’edificio, ma ci trovo soltanto la docking station senza laptop. Sento che il sangue mi scorre veloce nelle vene, sono in preda alla rabbia, sbatto la porta una due tre volte e vado fuori a sfogarmi, camminando un po’ nell’aria umida, sotto il cielo grigio troppo basso della città. È stracolmo il secchio, sborda l’acqua (de emmer loopt over, de maat is vol) diciamo in neerlandese (o anche “trop, c’est too much”) quando diventa insopportabile una situazione. Mi dico che forse sto esagerando, mi sforzo a calmarmi, ritorno in ufficio, e provo a non mostrare alcuna reazione al fracasso. Sfoglio qualche pagina sulla rete, guardo qualche webcam, leggo le cattive previsioni del meteo e comincio a sentirmi malata allo stomaco, mi rammenta la sensazione che ho provato tanti anni fa, a Guadalupa, quando, dopo giorni di pioggia, ho visto passare il mio sandalo in una specie di ruscello, davanti alla tenda, in direzione della spiaggia. Anche oggi mi fa schifo quest’umidità, la sensazione di essere impregnata come una spugna, di essere gravida d’acqua come le nuvole e di essere gravida di rabbia , perché ricominciano gli operai, battono il martello, segano, smantellano il piano di sotto. Nella mia testa gira e rigira: partirsi dal pandemonio. E di colpo la citazione di Hostos “Hay momentos en un reloj que son siglos en el alma” mi pare una maledizione.

2011-07-14

Acciaio





(Foto: Acciaieria Lucchini, Piombino, dal sito regione.toscana.it)

Stamattina mi sono vestita in conformità col tempo: scarpe nere, gonna grigia antracite, giacca invernale beige grigiastro. Sembra finita l’estate, aspettiamo che viene giù tanta acqua dal cielo color acciaio, però stavolta provo a non farmi influenzare dal tempaccio. La settimana scorsa è arrivata la nuova macchina e ho finalmente deciso che nonostante le cattive notizie economiche, presto partiremo per l’Umbria. E così ho preso un libro italiano della biblioteca per meglio ambientarmi. Ammetto che è stato uno scelto persuasivo, quell’Acciaio, che si svolge a Piombino, dove anni fa, abbiamo preso il traghetto per un giretto di una giornata sull’Elba. I colori, odori e rumori che quadrano con i lavori alla stazione di Lovanio, le strade di Bruxelles, l’ambiente dell’ufficio… Da qualche mese l’ufficio è diventato un cantiere dove la mattina fino alle 09:15 il rumore dei martelli perforatori sul piano sotto di me mi fa talmente infastidire da sbattere la porta e aumentare il volume dello stereo. Più volte è intervenuta la direzione per far rispettare l’orario durante cui è ammesso il lavoro ai martelli pneumatici, ma adesso, arrivato il periodo delle vacanze, gli operai si sono scatenati, il casino continua tutta la giornata, e ci sono colleghi che se la danno a gambe per fare del telelavoro. Ieri, lavorando a casa, ho visto come hanno scambiato delle mail per lamentarsi della situazione e oggi, entrando alla reception, ho respirato la polvere e sono arrivata al quarto piano che tremava il suolo. Ho acceso il pc, preso un caffè e si è zittito il fragore. Ma quanto durerà?

2011-04-30

Estate precoce




Le ultime settimane non c’è stato granché da raccontare, la vita segue il suo corso - però un po’ troppo in fretta per i miei gusti - con il temporale che ha lavato via polline e polvere e ha rinfrescato l’aria, dopo un’estate cominciata sbagliatamente a metà aprile e con un tal vigore che i fiori sembravano stendere gli stammi fino a rompersi, sapendo che resterebbe soltanto qualche giorno per arrivare a fecondazione. E già sono spariti tanti compagni: anemone dei boschi, viola mammola, erythronium, prugnolo, tulipano; perfino gli occhi celesti del myosotis evanescente sembrano fissarmi perché non mi scordi del loro blu. Per fortuna ci resta ancora la serenella che già a sera ci ha regalato il suo profumo tanto dolce e che con la pioggia di ieri ci promette di poter godere ancora di qualche serata profumatissima.

2011-04-08

Blu

Sin da anni non avevo più visitato il giardino botanico di Bruxelles. Si stende sul fianco di una delle colline della città, vicino alla stazione ferroviale Nord – i treni ci passano sotto, in direzione Sud, e in cima è delimitato da rue Royale.  Col tempo primaverile di oggi, ho pensato che sarebbe stato bene fare due passi nel parco e respirare un po’ d’aria delicatamente profumata dai primi fiori di syringa e mahonia. Ma vedi che ancora prima di arrivare in quell’oasi verde la delusione era già cresciuta col trambusto di mille macchine, treni, e altri strumenti disarmonici. Ho camminato adagio, sottomettendomi al chiasso, affrontando l’assalto di tanti strepiti ostili, tuttavia l’appoggio dei miei dolci alleati – il rosa splendente del ciliegio giapponese da fiore il verde tenere delle felci appena srotolate il blu del nontiscordardime l’aroma di qualche foglia di rosmarino e di salvia il canto dei merli lo scroscio della fontana - non è bastato per contrastare gli attacchi. Me la sono svignata, lasciando dietro la gente che sedeva sulle panche, che praticava tai chi, che giocava a petanque o dormiva sdraiata sull’erba e ho pensato a una sola cosa: se fossi onnipotente per un attimo solamente… fermerei treni, macchine, fabbriche, farei tacere ogni creatura umana per costringere il mondo intero ad ascoltare intensivamente quello che resterebbe senza di noi…

2011-03-04

In esilio


Oggi pareva proprio una giornata di primavera nuova di zecca, così sono uscita a mezzogiorno, mi sono seduta su una panchina nel viale e con un gran sospiro ho chiuso gli occhi. Con i primi raggi di sole che mi lambivano la pelle arida, mi si è instaurata fra i lobi del cervello la consapevolezza di stare in esilio. Nei miei bulbi oculari ballano e si mischiano il rosso, giallo, arancione e mi perdo in una parte inconscia del mondo. Soltanto i miei orecchi si staccano e restano indietro. Trasmettono il ronzio dei motori, le urla dei freni dell’autobus, i tacchi della gente che passa, energeticamente, lassa, misera, voci indistinte che parlano, mormorano, malignano, telefonini che squillano, un martello pneumatico che muggisce il suo grido dalla giungla stradale. Poi, l’acciottolato dondola come un sisma col metrò che passa. Mi richiamano i passeri e torno in me, mi levo e ritorno in ufficio. Alla reception mi ferma il custode: se potessi spiegargli dove intendo andare? Ero davvero così sovrappensiero da parere un esule?

2010-10-15

Engblauw - Scary blu

Foto: cielo sopra Roux-Miroir, novembre 2009


Da anni, alla mia figlia Marieke piace il blu. Forse ha a che fare con il soffitto della camera in cui dormiva a Bruxelles. L’avevo pitturato di blu, e ci avevo attaccato delle stelline fluorescenti.
Penso che ogni sera abbia fissato a lungo quel cielo stellato prima di addormentarsi. Comunque, quando ci siamo trasferiti, non ha dubitato un attimo, ha scelto la camera blu, e ci abbiamo appeso le tende blu. E ad ogni compleanno delle gemelle, quando ricevevano dei regali simili, la gente faceva attenzione a regalarle quello in blu.
Ed ecco che da qualche settimana, ogni giorno quando fa bello, mi dice che il cielo è “engblauw”, cioè scary blu. E come sempre, lei non riesce facilmente a spiegarsi, ma ha ben notato che prestiamo attenzione alle sue parole, quindi continua a usare la sua piccola invenzione. Finalmente, ieri ha provato a chiarire il significato di questo “engblauw”: sembra che quando per esempio si trova in mezzo ai campi, con il naso in su, e scruta il cielo azzurro senza nuvole, dopo qualche tempo si sente come se fosse assorbita dal nulla, e ovviamente è quello che le fa paura.

2010-07-09

Saluti dal Belgio - Komkommertijd



Foto: monarda nel mio giardino


È cominciato il “komkommertijd”, letteralmente la stagione dei cetrioli, periodo estivo in cui non ci sono notizie importanti da pubblicare, perché la maggior parte dei politici e altri VIP sono partiti o pensano di essere in vacanza. Si dice anche “kommertijd”, cioè periodo di grane, perché i giornali, per mancanza di notizie più importanti, si colmano di cronaca. E per questo anch’io scrivo soltanto del più e del meno. Ogni mattina ci svegliamo con qualche grado di più. Arrivata in ufficio, apro tutte le finestre per fare un po’ di corrente e verso mezzogiorno quasi mi addormento. Metà dei colleghi non c’è o sogna di essere altrove. No, al lavoro non c’è altra novità che un vecchio collega italiano specialista nel riciclaggio, che per l’ennesima volta, fa “copy-paste” con una parte del nostro database e lo pubblica sul sito dell’organizzazione a Roma di cui è presidente.
Alla stazione, ogni giorno c’è una sorpresa: il treno non parte perché c’è un passeggero malato che bisogna trasportare in clinica, oppure c’è stato un atto di vandalismo e dobbiamo aspettare un altro quarto d’ora, la segnalazione non funziona e ci fermiamo dopo due minuti per essere cotti per venti minuti nel sole ardente prima di ripartire.
A casa, i figli si svegliano verso le undici e non escono per tutta la giornata. La sera, rincasata, faccio la raccolta di fragole di bosco, lamponi, piselli e fave e vado a letto troppo tardi. Forse è per questo che da qualche settimana mi sveglio con una specie di frinire di cicale negli orecchi, che mi lascia soltanto quando ascolto musica a volume abbastanza forte o quando canto. E questo ha un vantaggio: i colleghi pensano che sia senza “kommer”, sempre di buon umore.