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2013-08-26

Chiodo fisso - in grayscale



Stanotte ho vagato in un sogno in grayscale. Vedevo gli altri in gradazioni di grigio, il che non è niente di speciale in un sogno. La cosa strana invece era che potevo "leggere" gli sentimenti sugli facci. Apparivano con un lento fade-in, fino a diventare cristallino: il grigiore ottuso del loro viso cambiava come se ci fosse applicato un filtro colorato, uno in rosso o arancia per i sentimenti cordiali, seppia per i ricordi gradevoli, blu verde per i pensieri più freddi o giallo smorto per l'indifferenza.
La scena è avvenuta in silenzio, cioè nessuno parlava, non bisognava più parole per il capire. C'era solo questa stria eterna dell'acufene che sottolineava gli immagini.
 

Vannacht waarde ik rond in een droom waarin ik anderen in zwart-wit zag. Dat is op zich niets bijzonders in een droom. Het vreemde was echter dat ik van alle gezichten de gevoelens lezen kon. Ze verschenen met een trage fade-in, tot ze glashelder werden: de doordeweekse neutrale grisaille van hun gelaat veranderde, er werd als het ware een fotofilter op toegepast, in rood of oranje voor warme gevoelens, sepia voor aangename herinneringen, blauwgroen voor de koelere gedachten, of vaalgeel voor onverschilligheid.
Het was een belevenis zonder klank, er waren ook niet langer woorden nodig voor het begrijpen, een enkele eeuwige streep tinnitus onderlijnde de beelden.

2013-03-05

Chiodo fisso - il sogno



Camminava sulla strada. C'era un buio denso. L’aria era carica di umidità e putrefazione. Contro un cielo color marrone macchiato di nuvole sporche emerse una mole grigio granito. Sentiva di esser arrivata a casa sua, anche se questa vasta casa in via di ristrutturazione stava nel mezzo di un terreno vago, deserto, senza altre costruzioni circostanti. Procedette ed entrò. Gli pareva di non essere sola, ma non riuscì ad immaginare chi la stava accompagnando. Percorse brancolando qualche stanza, intuendo la posizione dei mobili, riconobbe la vecchia grippina accanto all'acquario e arrivò alla scala. Qualcosa non quadrava nella scena: un fievole raggio di luna illuminò i gradini. Il legno era mangiato dai tarli e sbriciolato, i muri intorno scrollati: si trovava fuori, nell’umidità della notte fredda, stava aspettando qualcosa o forse qualcuno in un silenzio opprimente trafitto dal sibilare sempre più acuto nell’orecchio sinistro. Si aggrappò alla balaustrata della scala rovinata per arrivare al primo piano, sempre seguita da quest'ombra, fece il giro delle camere, passò nel corridoio e trovò un balcone a metà distrutto dalle intemperie. Il senso d’impotenza davanti alla devastazione la assalì e sentì corrersi un brivido per la schiena. Aprì la bocca per dire qualcosa alla sagoma sul denaro e sul lavoro sprecato e sulla fragilità di tutte le cose, ma le parole gli uscirono mute, senza che ne potesse capire il senso. Sembravano bolle di sapone che in un barlume assumono un riflesso iridescente per poi scoppiare silenziosamente nella staticità cupa del momento. E di scatto diventò chiaro chi era la persona astante.
Era quella vecchietta ossuta che aveva incontrato più volte nella casa di cura di sua madre, la piccola Clementina sempre cordiale che sorseggiava il suo vino bianco, sorrideva dolcemente, la complimentò teneramente con i suoi bei figli, e poi, dopo qualche bicchiere sviò la conversazione verso la sua cara nuora morta ben troppo giovane e il povero nipote rimasto quasi orfano e per finire, con un singhiozzo e gli occhi lucenti, implorò tutti a venire al suo funerale, a non mancare quest’ultima occasione di “vedersi” e di godere della bella musica che indubbiamente non sarebbe mancata, visto che aveva già indicato le sue preferenze al figlio.
Adesso si trovava di nuovo al pianterreno, dal lato del giardino e si mosse un po’ indietro per meglio vedere la facciata della casa ricoperta di muschi e licheni e avvertì una mano che si piantò sul suo braccio destro e per un momento la scambiò per una pacca sulla spalla da un caro amico. Mentre stava così immobile a indovinare come avrebbe proceduto ‘sta storia strana sospesa nel tempo e nel buio vischioso che si attaccava alla cornea dei suoi occhi e gli oscurava la vista con grandi macchie nere, percepì un tonfo e venne tirata indietro per una manica , scivolò e cadde, insieme alla vecchietta, nell’acqua.
Strana anche quell’acqua, pensò, perché nei dintorni della sua casa non c’era mica acqua, ma adesso che si immerse in quel liquido fangoso pensò al ruscello dietro il giardino dei suoi genitori, dove da ragazza andava a pesca di spinarelli, anche se ne restavano pochi a causa dell’inquinamento continuo proveniente delle acque di scarico  delle case e della fabbrica di piastrelle di cemento dietro il giardino. In qualche giorno d'estate piuttosto caldo, quando l’acqua era bassa, usava sistemarsi in mezzo al ruscello, su una siede le cui gambe affondavano nella melma. Scrutava così lo scorrere dell’acqua, aspettando che passasse qualche pesce, qualche anatra. Di tanto in tanto agitò il fondo fangoso con un bastone e venivano a gallo dei vermi rossi spinti dal loro rifugio. Si trovava sola in mezzo al gran niente, con il tempo annichilito. Solo il flusso dell'acqua sporca, il fruscio delle foglie del bambù e il vento che sapeva di ligustro e acque reflue.
E intanto sprofondava, e si meravigliò del sentire né freddo né umidità, come se quel corpo non fosse il suo, come se lo guardasse da distante. La vecchietta alle sue spalle non mollava la sua presa, e  con un certo distacco si domandò quando avrebbero toccato il fondo. Si immaginò una sostanza molle, argillosa.
E da quel fondo molle la sua mente saltò alla piscina della sua gioventù, dove usava tuffarsi, proprio nella parte per i bimbi, quella poco profonda, e -per chissà quale ragione- con la bocca aperta incocciò il fondo in cemento della vasca. Toccò quel fondo con l'incisivo destro e sentì una scossa fino al posteriore del cranio. Era successo tre, quattro volte e finì con una brutta infiammazione sulla radice del dente. Dovette farsi togliere il nervo e dopo un po' il dente diventò grigiastro e opaco. Era rimasta una delle grandi frustrazioni della sua adolescenza, la povera qualità di quel dente che non favoriva il sorriso. Il sorriso ormai ridotto a una smorfia quasi fosse colpa di una malattia mentale.
Adesso aprì la bocca che si deformò in una smorfia, la mancanza di ossigeno l'inebriò. Pensò che sarebbe bastato lasciarsi scivolare ancora un pizzico perché le mani lasciassero la presa irreprimibile, che una piccola vecchietta non poteva possedere tanta tenacità e non sarebbe stata in grado di ritenere il fiato più a lungo. Un vago timore velava il quadro, una scena immobile con una paura lenta, la paura di un'altra.
Ed in un fiato si rese conto di rivivere qualche altro sogno, quello che si era ripetuto tante volte nella gioventù: la madre -che infatti non guidava mai- fermò la macchina e scese per chiedere la strada per il suo paese -strada che conosceva benissimo- e la macchina si mise in moto da sola e puntò dritto nel canale, accanto al ponte di acciaio. Lei restò intrappolata nella macchina e sentì il ribollire dell'aria mentre ribollivano gli ultimi pensieri -per quanto fossero pensieri, sembrava piuttosto stupore, incredulità per tutte queste coincidenze improbabili. Sprofondò la macchina, e l'ultima cosa che vide fu l'acqua torbida che entrò per il finestrino. E quel incubo sì che faceva paura: si svegliò di soprassalto con uno spavento esistenziale .
Tuttavia rimaneva calma la paura attuale, era un rendersi conto delle cose irreversibili ed era quasi come il sollievo che si sente nel momento in cui, dopo un lungo viaggio, si arriva al destino. E sempre stavano sprofondando. Poi, con un gesto brusco provò a liberarsi dalla vecchietta, ma il movimento venne ridotto dalla pressione dell'acqua, si convertì in un gesto alla moviola e la presa persistette. Alzò lo sguardo e vide allontanarsi la superficie in un vago spazio riempito di fumo.
Assomigliò a quel fumo fitto dell'incenso dei funerali cui usava assistere al posto dei suoi, solo per porre un biglietto di condoglianze e che gli faceva sempre un effetto soporifero e faceva sì che non poté trattenersi dallo sbadigliare.
Ora restò un solo pensiero, che la mancanza d'ossigeno l'avrebbe stordita, una sciocchezza pensò, boccheggiò, sbadigliò, e notò che anche in quel buio denso, viscoso, penetrò quel sibilare onnipresente e soffocante.

2012-03-23

Citazione del venerdì




Un sogno è esattamente come la sensazione di vita
senza il peso di vita vera 
(Marcello Fois)

2012-02-14

Chiodo fisso - In volo libero

Foto: radunno delle cornacchie al mulino
a vento, Roux-Miroir
Seduta sulla panchina della piccola stazione un po’ squallida guardava il cielo invernale in cui il vento sembrava impazzito e provava a mandare a quel paese le nuvole grigie che volavano basso, le scacciò per lasciare un buco azzurro, che più in alto subito si riempì di nuovo di grigio e così fluttuavano diversi strati di nuvole in direzioni contrarie. E di scatto apparve un volo di cornacchie, dal vento guidate, sparpagliate, raggruppate. Sembravano fare un ballo disorganizzato di sagome nere sul sottofondo di piombo, per disperdersi in uno svolazzamento, emettendo dei gridi che assomigliavano al sibilo del vento che scuote i fili sopra il binario.

Continuava a fissare il cielo freddo in movimento continuo. Da piccola aveva avuto un sogno ricorrente in cui sapeva volare. Per sollevarsi, bastava girare a sinistra tante volte, poi battere le braccia diventate ali e cercare il flusso d’aria e bisognava sempre credere e restare convinta di potercela  fare, altrimenti sarebbe caduta. In quei sogni mai e veramente mai era caduta, anche se talvolta aveva faticato ad alzarsi e a trovare il flusso che la portò via. Adesso di tutto questo le restavano ancora l’idea di leggerezza, forse anche di un’assenza di tempo, un vuoto infinito tutt’attorno in cui flottava e la consapevolezza della vita che lasciava indietro laggiù, la gente, le case, i pensieri, tutti rimpiccoliti, futilità. Contavano soltanto la carezza del vento, il volo, il movimento senz’alcuno sforzo… e una quantità immisurabile di 'adesso'.

Partito il treno, restava sola per qualche tempo sulla piattaforma, guardando il cielo. Poi si alzò dalla panchina, fece qualche giretto a sinistra, battè le ali un po’ incerta, si sollevò in un volo grazioso e sparì nella direzione opposta del treno.


2011-11-08

Sogni

C’è chi pensa che i sogni siano favole, menzogne, illusioni, cose di cui vergognarsi. Io la penso diversamente. Direi anche di più: per vivere bisogna custodire i sogni. Non parlo dei sogni notturni, di quelli che ti danno ali, o che sono pieni di spavento, dolore, gioia profonda o pura fantasia, di quelli scuri, in bianco e nero o in rosso sangue. I sogni notturni ci servono di cura per le cose vissute durante la giornata. Penso piuttosto a quei sogni che servono di fomento per il fuoco interno. Sono di natura molto diversa per ognuno e siccome la vita è un cambiamento continuo, i sogni si avvicendano nel corso della vita. Dal più modesto al meno raggiungibile, penso che valga la pena sognarselo. Mi piace un sacco collezionarli, e negli ultimi anni mi sono accorta che mi piacciono soprattutto quelli che di solito sono considerati bazzecole. Per me, i sogni non devono neanche essere aspirazioni, basta la meraviglia, la fantasia: lo splendore della luce dopo la pioggia, la bruma in un campo all’alba, la visione di un quadro che forse un giorno comincerò a dipingere, la simmetria in un edificio, la malinconia di una milonga, un tango mai ballato, il gioco sapiente del linguaggio in un libro, il vagabondare con la mente in un paese sconosciuto, il color rosso dell’autunno, il sapore aspro del vinaccio che ho fatto... ecco un elenco non esaustivo di frottole, inezie, che con piacere continuo a custodire e che nessuno potrà portar via.

Youtube link: Milonga, J. Cardoso