Ecco la mia collezione di sogni, pensierini, fotografie, storielle, musiche e citazioni. Nonostante aggiorni queste pagine solo sporadicamente a seconda dell'ispirazione, del mio stato d'animo e delle circostanze, ho l'intenzione di caricare ogni inezia che possa far durare il viaggio nella mente.
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2013-07-08
Chiodo fisso - Ronza l'estate
[Foto: un moro sphinx con una fame spaventosa si getta sulla lavanda nel mio giardino]
Finalmente il sole. Arriva sempre insieme con la “brocante de Roux-Miroir” e con questo è anche arrivata la sensazione di vacanza, di calore, d’incontri con i vicini di casa, vecchi amici con i quali pensavamo di aver perso il contatto. I potenziali clienti della nostra bancarella passano sorridente, scherzando, apprezzando la musica che li rammenta il loro paese o la gioventù. Uno dei nostri ospiti con la mania di riparazione fissa le cerniere delle portelle della cucina mentre qualcuno discuta il prezzo del gallo in eccesso del nostro pollaio. C’è un clima di benevolenza che si trattiene fino a tardi la sera. Le figlie hanno invitato le loro amiche e la casa è piena di gente giovane. C’è chi è in sella al monociclo, chi sul monopattino, sembra un alveare da cui partono per comprare abiti di seconda mano e tornate dal mercato delle pulci salgono a vestirsi e guardarsi allo specchio. Nel frattempo preparo il riso e faccio i sushi per cena. Brindiamo sul compleanno del vicino di casa e chiacchieriamo del più e del meno e il tempo passa. Poi, nel silenzio della notte l’alveare continua a ronzare. I grilli illusori prendono il sopravvento.
2013-03-05
Chiodo fisso - il sogno
Camminava sulla strada. C'era un buio
denso. L’aria era carica di umidità e putrefazione. Contro un cielo color marrone macchiato di nuvole sporche emerse una mole grigio granito. Sentiva di
esser arrivata a casa sua, anche se questa vasta casa in via di
ristrutturazione stava nel mezzo di un terreno vago, deserto, senza altre
costruzioni circostanti. Procedette ed entrò. Gli pareva di non essere sola, ma non riuscì ad
immaginare chi la stava accompagnando. Percorse brancolando qualche stanza, intuendo la
posizione dei mobili, riconobbe la vecchia grippina accanto all'acquario e arrivò alla scala. Qualcosa non quadrava nella scena: un fievole raggio di luna
illuminò i gradini. Il legno era mangiato dai tarli e sbriciolato, i muri intorno scrollati: si trovava
fuori, nell’umidità della notte fredda, stava aspettando qualcosa o forse
qualcuno in un silenzio opprimente trafitto dal sibilare sempre più acuto nell’orecchio
sinistro. Si aggrappò alla balaustrata della scala rovinata per arrivare al primo piano, sempre seguita da quest'ombra, fece il giro delle camere, passò nel corridoio e trovò un balcone a metà distrutto dalle intemperie. Il senso d’impotenza davanti alla devastazione la assalì e sentì corrersi un
brivido per la schiena. Aprì la bocca per dire qualcosa alla sagoma sul denaro e sul lavoro sprecato e sulla
fragilità di tutte le cose, ma le parole gli uscirono mute, senza che ne potesse capire il senso. Sembravano bolle di sapone che in un barlume assumono un riflesso iridescente per poi scoppiare silenziosamente nella staticità cupa del momento. E di scatto diventò chiaro chi era la
persona astante.
Era quella vecchietta ossuta che aveva incontrato più volte nella casa di cura di
sua madre, la piccola Clementina sempre cordiale che sorseggiava il suo vino
bianco, sorrideva dolcemente, la complimentò teneramente con i suoi bei
figli, e poi, dopo qualche bicchiere sviò la conversazione verso la sua
cara nuora morta ben troppo giovane e il povero nipote rimasto quasi orfano e
per finire, con un singhiozzo e gli occhi lucenti, implorò tutti a venire al suo funerale, a
non mancare quest’ultima occasione di “vedersi” e di godere della bella musica che indubbiamente non sarebbe mancata, visto che aveva già indicato le sue preferenze al figlio.
Adesso si trovava di nuovo al pianterreno, dal lato del giardino e si mosse un po’ indietro per meglio vedere la facciata della casa ricoperta
di muschi e licheni e avvertì una mano che si piantò sul suo braccio destro e per un momento la scambiò per una pacca sulla spalla da un caro amico. Mentre stava così
immobile a indovinare come avrebbe proceduto ‘sta storia strana sospesa nel tempo e
nel buio vischioso che si attaccava alla cornea dei suoi occhi e gli oscurava
la vista con grandi macchie nere, percepì un tonfo e venne tirata indietro per una manica , scivolò e cadde, insieme alla vecchietta, nell’acqua.
Strana anche quell’acqua, pensò, perché nei dintorni della sua casa non c’era mica acqua, ma adesso che si immerse in quel liquido fangoso pensò
al ruscello dietro il giardino dei suoi genitori, dove da ragazza andava a pesca di spinarelli, anche se ne restavano pochi a causa dell’inquinamento continuo
proveniente delle acque di scarico delle case e della fabbrica di piastrelle di cemento dietro il giardino. In qualche giorno d'estate piuttosto caldo, quando
l’acqua era bassa, usava sistemarsi in mezzo al ruscello, su una siede le cui gambe affondavano nella melma. Scrutava così lo
scorrere dell’acqua, aspettando che passasse qualche pesce, qualche anatra. Di tanto in tanto agitò il fondo fangoso con un bastone e venivano a gallo dei vermi rossi spinti dal loro rifugio. Si trovava sola in mezzo al gran niente, con il tempo annichilito. Solo il flusso dell'acqua sporca, il fruscio delle foglie del bambù e il vento che sapeva di ligustro e acque reflue.
E intanto sprofondava, e si meravigliò del sentire né freddo né umidità, come se quel corpo non fosse il suo, come se lo guardasse da distante. La vecchietta alle sue spalle non mollava la sua presa, e con un certo distacco si domandò quando avrebbero toccato il fondo. Si immaginò una sostanza molle, argillosa.
E da quel fondo molle la sua mente saltò alla piscina della sua gioventù, dove usava tuffarsi, proprio nella parte per i bimbi, quella poco profonda, e -per chissà quale ragione- con la bocca aperta incocciò il fondo in cemento della vasca. Toccò quel fondo con l'incisivo destro e sentì una scossa fino al posteriore del cranio. Era successo tre, quattro volte e finì con una brutta infiammazione sulla radice del dente. Dovette farsi togliere il nervo e dopo un po' il dente diventò grigiastro e opaco. Era rimasta una delle grandi frustrazioni della sua adolescenza, la povera qualità di quel dente che non favoriva il sorriso. Il sorriso ormai ridotto a una smorfia quasi fosse colpa di una malattia mentale.
Adesso aprì la bocca che si deformò in una smorfia, la mancanza di ossigeno l'inebriò. Pensò che sarebbe bastato lasciarsi scivolare ancora un pizzico perché le mani lasciassero la presa irreprimibile, che una piccola vecchietta non poteva possedere tanta tenacità e non sarebbe stata in grado di ritenere il fiato più a lungo. Un vago timore velava il quadro, una scena immobile con una paura lenta, la paura di un'altra.
Ed in un fiato si rese conto di rivivere qualche altro sogno, quello che si era ripetuto tante volte nella gioventù: la madre -che infatti non guidava mai- fermò la macchina e scese per chiedere la strada per il suo paese -strada che conosceva benissimo- e la macchina si mise in moto da sola e puntò dritto nel canale, accanto al ponte di acciaio. Lei restò intrappolata nella macchina e sentì il ribollire dell'aria mentre ribollivano gli ultimi pensieri -per quanto fossero pensieri, sembrava piuttosto stupore, incredulità per tutte queste coincidenze improbabili. Sprofondò la macchina, e l'ultima cosa che vide fu l'acqua torbida che entrò per il finestrino. E quel incubo sì che faceva paura: si svegliò di soprassalto con uno spavento esistenziale .
Tuttavia rimaneva calma la paura attuale, era un rendersi conto delle cose irreversibili ed era quasi come il sollievo che si sente nel momento in cui, dopo un lungo viaggio, si arriva al destino. E sempre stavano sprofondando. Poi, con un gesto brusco provò a liberarsi dalla vecchietta, ma il movimento venne ridotto dalla pressione dell'acqua, si convertì in un gesto alla moviola e la presa persistette. Alzò lo sguardo e vide allontanarsi la superficie in un vago spazio riempito di fumo.
Assomigliò a quel fumo fitto dell'incenso dei funerali cui usava assistere al posto dei suoi, solo per porre un biglietto di condoglianze e che gli faceva sempre un effetto soporifero e faceva sì che non poté trattenersi dallo sbadigliare.
Ora restò un solo pensiero, che la mancanza d'ossigeno l'avrebbe stordita, una sciocchezza pensò, boccheggiò, sbadigliò, e notò che anche in quel buio denso, viscoso, penetrò quel sibilare onnipresente e soffocante.
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2012-12-14
Chiodo fisso - alba strepitosa
Il tramonto vomita delle nuvole sanguinose sulla città. Nel sottopassaggio eccheggia il vociare degli altoparlanti e una raffica di tacchi come di un esercito di ceramica spinge la folla verso l’uscita. Già una sirena di un’ambulanza strepita nell’aria e la luce blu elettrica frantuma il riflesso scarlatto degli uffici. Le strade brillano per la pioggerella appena caduta. Il dondolare della borsa troppo pesante sul suo fianco le fa venire le vertigini. Il canto monotono metallico del semaforo la trapassa lasciandole la consapevolezza che un altro giorno attacca.
2012-11-13
Chiodo fisso - il letamaio

La settimana scorsa abbiamo fatto un giro alle feste del San Martino di
Tourinnes-la-Grosse, un piccolo paese del Brabante Vallone. Ogni anno si può visitare una serie di botteghe e mostre di artisti di ogni genere, alcuni in un'atmosfera pittoresca. Così abbiamo scoperto la fattoria secolare d’Agbiermont,
una vasta proprietà, con tante stalle, granai, un ampio cortile e nel centro il
tradizionale letamaio bucolico.
Nel fresco dell'alba, il sole appena
alzato sopra il tetto faceva risplendere nell’aria l’oro della paglia e il bianco del fumo,
dando alla scena un’aura di mistero e il sospetto che qualcosa formicolasse al di sotto della superficie. Proprio quella scena evocava un ricordo di mio padre. Capisco che a quel punto pensate "che strano abbinare un letamaio alla commemorazione di un genitore".
Bisogna spiegare quindi che da piccola, quando facevamo un giro insieme in bicicletta o in macchina, mio padre non voleva mai prendere la stessa strada due volte. Aveva quel chiodo fisso di voler scoprire altri itinerari, altri luoghi. Quello era il suo lato avventuroso che mi sembra di aver ereditato da lui. Non piace neanche a me seguire sempre lo stesso percorso, la mia curiosità mi fa sempre deviare – a volte causando lo scontento della mia famiglia – e spesso succede così che mi perdo, che capito in un vicolo cieco o in un sentiero impraticabile e devo ingranare la retromarcia.
In ogni caso, tutte le strade di campagna della mia infanzia sembravano terminare sul letamaio di qualche fattoria persa fra i campi. Può darsi che qualcuno mi accusi della mancanza di rispetto per mio padre, ma per me, la vista di un letamaio, fornitissimo e se possibile anche adornato da un bel gallo che canta, è sempre una sorpresa stimolante che mi rende ancora più convinta che la vita è più bella senza GPS.
Bisogna spiegare quindi che da piccola, quando facevamo un giro insieme in bicicletta o in macchina, mio padre non voleva mai prendere la stessa strada due volte. Aveva quel chiodo fisso di voler scoprire altri itinerari, altri luoghi. Quello era il suo lato avventuroso che mi sembra di aver ereditato da lui. Non piace neanche a me seguire sempre lo stesso percorso, la mia curiosità mi fa sempre deviare – a volte causando lo scontento della mia famiglia – e spesso succede così che mi perdo, che capito in un vicolo cieco o in un sentiero impraticabile e devo ingranare la retromarcia.
In ogni caso, tutte le strade di campagna della mia infanzia sembravano terminare sul letamaio di qualche fattoria persa fra i campi. Può darsi che qualcuno mi accusi della mancanza di rispetto per mio padre, ma per me, la vista di un letamaio, fornitissimo e se possibile anche adornato da un bel gallo che canta, è sempre una sorpresa stimolante che mi rende ancora più convinta che la vita è più bella senza GPS.
2012-07-12
Chiodo fisso - Stanchezza
Una brutta estate si è insediata per non lasciarci più. Non passa più un giorno senza pioggia e nel
cielo si danno il cambio continuamente blu scarso bianco sporco grigio
abbattuto ardesia plumbeo-nerastra. Si
danno il cambio lesto come capricci giovanili e fanno alternare gioia con
malinconia, magone con allegria e mi stufano mi rallegrano mi scocciano mi
divertono mi stancano…2012-06-25
Chiodo fisso - Sindrome da foglio bianco
![]() |
| luz blanda, tracce di una vita[e] passata |
Nel treno delle 7:57 quasi deserto.
Un’ombra scura davanti alla finestrina.
La luce mattutina sommerge la carrozza.
Sul tavolino un foglio bianco.
Sembra più candido che bianco.
L’ombra tiene nella mano destra una penna.
La mano trema.
Nella luce la mano e la penna tremano.
Il foglio immobile splende nella sua bianchezza.
La sagoma sospira, il treno parte.
La mano pone la penna sul tavolino.
Le dita della mano destra si muovono.
Iniziano a tamburellare.
Tamburellano con la stessa cadenza delle ruote sui binari.
Ballano le dita, si avvicinano alla penna.
Fanno un giretto, si stendono per toccarla.
Il treno scuote.
Il movimento va in bianco.
La mano adesso carezza il mento della sagoma.
Contro il lustro del sole si stagliano le dita.
L’indice per un attimo riposa sulle labbra.
La mano si riavvicina alla penna, stavolta l’afferra.
La mano tiene la penna come se tenesse un coltello.
Punta verso il bianco del foglio.
Poi, lesto, graffia uno scarabocchio.
La frizione dei freni, rumore bianco.
La sagoma si alza e corre.
Lascia che cada il foglio.
C’è scritto La solitudine si veste di rumori bianchi.
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2012-06-14
Chiodo fisso - La vecchietta dagli occhi luccicanti
Era da tempo che non la vedevo, la vecchietta che sedette nell'angolo vicino all'uscita del carro di seconda classe del treno. Oggi era presente, e come? Sembrava perfino invecchiata di dieci anni, si mosse ancora più lentamente del solito, e mi pareva che i suoi occhi non badassero alla realtà circondante, bensì vagassero mirando nella propria testa, scrutando i propri pensieri. Sentii come una scossa da un impulso elettrico e capì l'essenza dell'invecchiare: la lentezza che poco a poco si insedia nei movimenti, che frena i gesti fino a rimanere immobile e a volgersi indietro, tornare nel tempo, nei ricordi. Mentre il corpo continua ad avvizzire, la mente si ferma su qualche scatto, qualche minuzia della quotidianità: il mendicante con la fisarmonica che sta suonando "if I were a rich man" o quello che interpreta "autumn leaves" un giorno d'estate, la ultima foglia rosso fuoco strappata dall'albero in un volo libero, un dito che sta disegnando (chissà cosa?) sul finestrino appannato del treno.
La vecchietta sorrise assortamente. Poi il suo sguardo tornò a sé, si diresse verso il mondo, guardò il viso del vecchio seduto di fronte a lei. Sembrò riconoscere un ragazzo che da sedicenne le sarebbe piaciuto conoscere, anche se i suoi capelli adesso erano d'argento e i suoi occhi neri un po' stanchi, lo riconobbe, sì, e gli sorrise, fiduciosa.
-Ciao, come stai? -Ciao, come va la vita? E lei: -Scorre, la vita, scorre. Ridacchiano entrambi. Svolto lo sguardo che si ferma sullo sparviere che per un momento resta sospeso nell'aria, poi, senza muovere neanche una penna, viene spinto verso l'alto, fino ad atterrare in cima ad un palo.
2012-05-04
Chiodo fisso - Maria Giuana
Un’altra notte stava per frantumarsi con i soliti
strilletti persistenti del codirosso spazzacamino che aveva preso il suo posto
fisso sul davanzale della sua camera. L’orecchio riprese l’eco degli strilletti e
amplificò il suono fino a che non riuscì più a tenere sotto controllo i nervi. Saltò
dal letto, aprì la finestra e cacciò l’uccellaccio, poi andò al cesso e pisciò.
Un quarto d’ora dopo uscì e cominciò a camminare con passi giganteschi sulla strada bagnata ancora buia sotto le nuvole basse. Stava sempre camminando lesto lesto che sparirono le ultime case del paese dietro le sue spalle e iniziò a sentire una specie di liquido che affluiva alla testa, sembrava una marea nera che allagava la cavità del cranio fino al troppopieno. Era un liquido viscoso che veniva premuto in tutte le direzione e che non lasciava più spazio per qualunque pensiero, la abbandonava nel mezzo dei campi, sottolineava lo strillo acuto continuo.
Si fermò e si mise a cantare Maria Giuana.
Si fermò e si mise a cantare Maria Giuana.
2012-02-23
Chiodo fisso - Vagabondaccio di lusso
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