Oggi pareva proprio una giornata di primavera nuova di zecca, così sono uscita a mezzogiorno, mi sono seduta su una panchina nel viale e con un gran sospiro ho chiuso gli occhi. Con i primi raggi di sole che mi lambivano la pelle arida, mi si è instaurata fra i lobi del cervello la consapevolezza di stare in esilio. Nei miei bulbi oculari ballano e si mischiano il rosso, giallo, arancione e mi perdo in una parte inconscia del mondo. Soltanto i miei orecchi si staccano e restano indietro. Trasmettono il ronzio dei motori, le urla dei freni dell’autobus, i tacchi della gente che passa, energeticamente, lassa, misera, voci indistinte che parlano, mormorano, malignano, telefonini che squillano, un martello pneumatico che muggisce il suo grido dalla giungla stradale. Poi, l’acciottolato dondola come un sisma col metrò che passa. Mi richiamano i passeri e torno in me, mi levo e ritorno in ufficio. Alla reception mi ferma il custode: se potessi spiegargli dove intendo andare? Ero davvero così sovrappensiero da parere un esule?
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