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2015-03-03

la citazione del martedì - memoria



Sólo recuerdo la emoción de las cosas, 
y se me olvida todo lo demás; 
muchas son las lagunas de mi memoria
(Antonio Machado)



(Ricordo solo l'emozione delle cose, e dimentico tutto il resto;
ci sono molte lacune nella mia memoria)

2010-09-15

Pezzi del passato - The owls are not what they seem

Foto: Anversa, Centraal station, fonte: gerdayd.web-log.nl

Nell’estate 1979 ho lavorato per un mese nel porto d’Anversa. No, non facevo la bella di notte in un bar nel quartiere del porto. Una delle due zie nubili che faceva la segretaria nella Simon Smits Natie, una ditta che si occupa del trasporto di merce nel porto, mi aveva proposto quel lavoro. Avevo appena passato l’esame di maturità e volevo guadagnarmi qualche soldo per poter fare un giro in treno attraverso l’Europa. Fino a quel momento l’avevo soltanto conosciuta come una donna vivace, aveva una bella voce e un riso inimitabile che suscitava l’ilarità con me e i miei cugini. Ma durante quel mese l’ho conosciuta in un modo completamente diverso. Non mi ricordo più se facevamo una parte del tragitto in treno insieme – io mi alzavo verso le sei (oddio, che tortura – spesso mi svegliavo con crampi alle gambe dalla stanchezza) per prendere il vecchio treno da Londerzeel a Mechelen, con la locomotiva a diesel e sedili in legno che cigolavano, e poi da Mechelen ad Anversa. Credevo che la zia dormisse sul treno, almeno non mi sembrava mica sveglia quando salivamo nel piccolo bus che ci portava nel porto.
A me faceva sempre impressione la stazione d’Anversa - dagli abitanti soprannominata de Spoorwegkathedraal (la cattedrale delle ferrovie) o anche de Middenstatie - con la sua tettoia di vetro, una costruzione in acciaio enorme, poi l’atrio imponente con i vagabondi che dormivano per terra e la grande piazza Regina Astrid, con l’ingresso dello Zoo. Il piccolo bus ci aspettava sulla piazza, penso che fossimo in sei a farci portare all’Albertkaai. Per chissà quale ragione, mentre aspettavamo l’ultima collega, mia zia scambiava gli occhiali a fondo di bottiglia con cui assomigliava ad un gufo per le lenti a contatto. Mentre stava rattoppando le lenti a contatto, si lamentava che per l’ennesima volta era in ritardo quella collega, una giovane che se l’intendeva con l’autista, anche lui un giovane, che mi sembrava simpatico ma secondo mia zia era piuttosto un perdigiorno-donnaiolo. Arrivata la collega, ci buttavamo nel traffico in direzione del porto. Dal finestrino guardavo sfilare strade, tram, furgoni, qualche gran edificio portuale, poi passavamo davanti a un bacino con tante vecchie case eleganti schierate intorno, mi godevo sempre quella vista, le volevo bene, quella Sint-Aldegondiskaai che conoscevo dal romanzo di Rose Gronon. Arrivammo all’Albertkaai, scuotati dal girare e dagli scossoni sul selciato ineguale, per mia zia ancora una ragione di lamentarsi.
Del resto durante la giornata, quasi non la vedevo, faceva il braccio destro del direttore e aveva il suo ufficio accanto a quello del boss. Mi dava ordini una segretaria, chiaramente “van ‘t Stad” (della Città con maiuscola, perché Anversa, per i suoi abitanti è l’ultima incarnazione della città) che mi faceva capire ben presto che il linguaggio popolare che parlavo non assomigliava del tutto alla loro nobile lingua (il dialetto van ‘t Stad). Durante tutto il mese continuava – assistita da altri colleghi – ad impregnarmi della consapevolezza dell’essere diversa. Quando nel refettorio, mi trattavano di Urbanus van Anus, quel artista comico fiammingo del Pajottenland, mia zia mi consigliava di non intrattenermi più troppo con loro, che facevo un’impressione buffa. In fatti me ne fregavo, tanto non erano capaci di individuare l’origine di un linguaggio diverso del loro. Al tavolo, c’era anche un collega, calvo, coi baffi, che ogni giorno mangiava senape sul pane. Diceva la zia: “credo che ne metta perfino sulla marmellata”. Lei faceva commentini su tutto e tutti e diventava chiaro che non era tanto amata dai colleghi. In quest’ufficio, in cui tutti gli impiegati erano costretti a passare la giornata senza nemmeno uscire a mezzogiorno (a fare cosa? Guardare i bacini, i camion, i container?) regnava un’atmosfera un po’ tesa, era come se ognuno avesse paura dello sguardo critico dell’ altro. Di tanto in tanto dovevo digitare dei messaggi telex, preparavo il nastro perforato e stampavo la prova, la sottomettevo per la verifica per poi inviare il messaggio con la telescrivente. A pensarci adesso, era un metodo di lavoro lento e burocratico. Uno dei colleghi per cui facevo i telex era un gobbo cavilloso, mi aveva già beccato una volta che avevo sbagliato le dimensioni del container che intendeva prenotare, per questo facevo attenzione specialmente con i sui messaggi. Eppure un giorno avevo trovato un errore in un suo scritto in francese, aveva sbagliato la concordanza del participio passato, e sapevo che era un caso eccezionale. Mentre preparavo il nastro, pensavo già alla faccia che avrebbe fatto, quando avrebbe visto il suo testo da me cambiato. Ho fatto finta di niente quando ho messo il testo sulla sua scrivania. La reazione non mancò: mi rimproverò, ma non mi detti per vinta, andò con la copia dalla zia e davanti a tutti i colleghi che si erano radunati, mormorando per tanta audacia, lei dichiarò che avevo ragione, e lo provò con la grammatica in mano. Da quel giorno mi trattarono con uno sguardo diverso, penso che avessero preso atto che effettivamente facevo parte della fazione della zia, quella persona austera, efficiente, con cui é meglio non scherzare. Ho lasciato che ci credevano e l’anno dopo, quando ci avevo lavorato per un altro mese, il direttore mi ha proposto un contratto a durata indeterminata e gli ho pure risposto di no, con soddisfazione.

2010-03-22

Pezzi del passato - Incontro con un tale

Foto: aprile 2007, Roux-Miroir

Non sono sicura se fosse nel ottantaquattro o nel ottantacinque, ma indubbiamente era primavera, e abitavo col mio ragazzo a Veltem, in una vecchia casa in cui non c’era ancora acqua corrente. Il bagno si trovava nel giardino e riscaldavamo le stanze tramite una sola stufa a carbone.
Era uno di quei giorni in cui me la sentivo di fare qualchesottise: partii in bici per Bruxelles (venti chilometri all’andata, e venti al ritorno). Non mi ricordo più niente della giornata passata al lavoro a Bruxelles, ma sulla strada del ritorno, da lontano, sul sentiero in mezzo ai prati, intravidi un tizio che si avvicinava, lento, lento, anche lui in bici, e presentivo che una volta vicino, si sarebbe fermato. Mi ricordo un viso con la barba, dei capelli lunghi, degli occhi celesti, che, mentre si avvicinava, cominciavano a sorridere. Frenò, ci accostavamo e all’improvviso cominciammo una conversazione. Vagava per la Francia o il Belgio, andava dove capitava, lavorava dove gli piaceva restare per un po’. Io invece non avevo niente di affascinante da raccontare: lavoravo in una ditta di assicurazioni e non mi piaceva mica il mio lavoro. Mi rammento che abbiamo avuto tutti e due un’esitazione prima di continuare la strada. Mi consigliava di prendere cura della mia bici, che era di modello olandese, robusto (e che qualche anno dopo, é caduta a pezzi). Avevo la sensazione di conoscerlo da sempre, e forse, se me l’avesse chiesto, sarei partita con lui, senza ripensarci o senza nemmeno tornarmene a casa per prendere qualche vestito…
Che strano, è soltanto durato un istante, ma mi è restato impresso nel cuore, per sempre. E ogni volta che me lo rievoco, penso sempre a quella canzone del grande vagabondo nostrano, Wannes van de Velde: “Ontmoeting met een mens”.

2010-01-12

Pezzi del passato - un'esperienza italiana

Nel 1982 il mio ragazzo faceva il monitor e accompagnava campi estivi di giovani, così un giorno partì per l’Italia, a Torricella sul Trasimeno. Lui stava all’Home RTT, un centro di vacanze per figli di gente che, come suo padre, lavorava per l’Ente di telefonia e telegrafia. E siccome non potevo stare senza vederlo per due settimane, da sola partii in treno per l’Italia. Fu un viaggio divertente: il treno era stracolmo e dormivo per terra (in quei giorni riuscivo ancora a addormentarmi ovunque), durante il viaggio la gente si alternava, con degli autoctoni facevo due chiacchiere con poche parole e molti gesti, c’erano famiglie e giovani, e c’era un ragazzo che mi chiese se nel mio paese le donne avevano l’autorizzazione a viaggiare da sole (di sicuro fu un tizio del Sud a chiedermelo). Dovevo cambiare treno a Firenze e siccome dovevo aspettare un bel po’ di tempo, feci un piccolo giro nei dintorni di Piazza della Signoria, poi tornai alla stazione. Finalmente, dopo aver scambiato del gorgonzola - che stava fondendo a causa del gran caldo- e del pane con qualche giovane italiano affamato sul tragitto Terontola-Cortona, sono sbarcata a Torricella. Dalla stazione sentivo suonare l’Italiano di Toto Cotugno e solo adesso mi rendo conto che quel momento non riuscirà mai nessuno a cancellarlo dalla mia memoria. Dal suolo emanava quel calore che non avevo mai sentito prima, c’era un odore di rosmarino, mescolato con quello di lubrificante sparso sulla ferrovia, il sapore del gorgonzola e del pane appena consumato, quella canzone orecchiabile e il singolare piacere di sentirmi sola, di essere. Il capostazione sorrise quando mi sentì cantare in coro il ritornello.
Dai rari incontri con il mio ragazzo in quelle settimane non ricordo molto, mi restano in mente soprattutto una camminata da sola al mercato di Magione, una stravecchia di Montecolognola, incontrata sulla strada del ritorno, che se la sentiva di fare conversazione con questa forestiera, il campionato mondiale di calcio sullo schermo grande nella piazza accanto alla pizzeria Franci, (gridavamo “Italia, Mundiàààl!” e la sconfitta della Germania fu festeggiata fino a tardi nella notte), qualche pranzo con la famiglia che gestiva il piccolo campeggio dove avevo piantato la mia tenda canadese e tanti bicchierini di amaro al tartufo bevuti a piccoli sorsi nell’unico bar in cui si radunavano i vecchi per giocare a carte.

Foto scattata a Torricella sul Trasimeno, 1982(?)