Camminava sulla strada. C'era un buio
denso. L’aria era carica di umidità e putrefazione. Contro un cielo color marrone macchiato di nuvole sporche emerse una mole grigio granito. Sentiva di
esser arrivata a casa sua, anche se questa vasta casa in via di
ristrutturazione stava nel mezzo di un terreno vago, deserto, senza altre
costruzioni circostanti. Procedette ed entrò. Gli pareva di non essere sola, ma non riuscì ad
immaginare chi la stava accompagnando. Percorse brancolando qualche stanza, intuendo la
posizione dei mobili, riconobbe la vecchia grippina accanto all'acquario e arrivò alla scala. Qualcosa non quadrava nella scena: un fievole raggio di luna
illuminò i gradini. Il legno era mangiato dai tarli e sbriciolato, i muri intorno scrollati: si trovava
fuori, nell’umidità della notte fredda, stava aspettando qualcosa o forse
qualcuno in un silenzio opprimente trafitto dal sibilare sempre più acuto nell’orecchio
sinistro. Si aggrappò alla balaustrata della scala rovinata per arrivare al primo piano, sempre seguita da quest'ombra, fece il giro delle camere, passò nel corridoio e trovò un balcone a metà distrutto dalle intemperie. Il senso d’impotenza davanti alla devastazione la assalì e sentì corrersi un
brivido per la schiena. Aprì la bocca per dire qualcosa alla sagoma sul denaro e sul lavoro sprecato e sulla
fragilità di tutte le cose, ma le parole gli uscirono mute, senza che ne potesse capire il senso. Sembravano bolle di sapone che in un barlume assumono un riflesso iridescente per poi scoppiare silenziosamente nella staticità cupa del momento. E di scatto diventò chiaro chi era la
persona astante.
Era quella vecchietta ossuta che aveva incontrato più volte nella casa di cura di
sua madre, la piccola Clementina sempre cordiale che sorseggiava il suo vino
bianco, sorrideva dolcemente, la complimentò teneramente con i suoi bei
figli, e poi, dopo qualche bicchiere sviò la conversazione verso la sua
cara nuora morta ben troppo giovane e il povero nipote rimasto quasi orfano e
per finire, con un singhiozzo e gli occhi lucenti, implorò tutti a venire al suo funerale, a
non mancare quest’ultima occasione di “vedersi” e di godere della bella musica che indubbiamente non sarebbe mancata, visto che aveva già indicato le sue preferenze al figlio.
Adesso si trovava di nuovo al pianterreno, dal lato del giardino e si mosse un po’ indietro per meglio vedere la facciata della casa ricoperta
di muschi e licheni e avvertì una mano che si piantò sul suo braccio destro e per un momento la scambiò per una pacca sulla spalla da un caro amico. Mentre stava così
immobile a indovinare come avrebbe proceduto ‘sta storia strana sospesa nel tempo e
nel buio vischioso che si attaccava alla cornea dei suoi occhi e gli oscurava
la vista con grandi macchie nere, percepì un tonfo e venne tirata indietro per una manica , scivolò e cadde, insieme alla vecchietta, nell’acqua.
Strana anche quell’acqua, pensò, perché nei dintorni della sua casa non c’era mica acqua, ma adesso che si immerse in quel liquido fangoso pensò
al ruscello dietro il giardino dei suoi genitori, dove da ragazza andava a pesca di spinarelli, anche se ne restavano pochi a causa dell’inquinamento continuo
proveniente delle acque di scarico delle case e della fabbrica di piastrelle di cemento dietro il giardino. In qualche giorno d'estate piuttosto caldo, quando
l’acqua era bassa, usava sistemarsi in mezzo al ruscello, su una siede le cui gambe affondavano nella melma. Scrutava così lo
scorrere dell’acqua, aspettando che passasse qualche pesce, qualche anatra. Di tanto in tanto agitò il fondo fangoso con un bastone e venivano a gallo dei vermi rossi spinti dal loro rifugio. Si trovava sola in mezzo al gran niente, con il tempo annichilito. Solo il flusso dell'acqua sporca, il fruscio delle foglie del bambù e il vento che sapeva di ligustro e acque reflue.
E intanto sprofondava, e si meravigliò del sentire né freddo né umidità, come se quel corpo non fosse il suo, come se lo guardasse da distante. La vecchietta alle sue spalle non mollava la sua presa, e con un certo distacco si domandò quando avrebbero toccato il fondo. Si immaginò una sostanza molle, argillosa.
E da quel fondo molle la sua mente saltò alla piscina della sua gioventù, dove usava tuffarsi, proprio nella parte per i bimbi, quella poco profonda, e -per chissà quale ragione- con la bocca aperta incocciò il fondo in cemento della vasca. Toccò quel fondo con l'incisivo destro e sentì una scossa fino al posteriore del cranio. Era successo tre, quattro volte e finì con una brutta infiammazione sulla radice del dente. Dovette farsi togliere il nervo e dopo un po' il dente diventò grigiastro e opaco. Era rimasta una delle grandi frustrazioni della sua adolescenza, la povera qualità di quel dente che non favoriva il sorriso. Il sorriso ormai ridotto a una smorfia quasi fosse colpa di una malattia mentale.
Adesso aprì la bocca che si deformò in una smorfia, la mancanza di ossigeno l'inebriò. Pensò che sarebbe bastato lasciarsi scivolare ancora un pizzico perché le mani lasciassero la presa irreprimibile, che una piccola vecchietta non poteva possedere tanta tenacità e non sarebbe stata in grado di ritenere il fiato più a lungo. Un vago timore velava il quadro, una scena immobile con una paura lenta, la paura di un'altra.
Ed in un fiato si rese conto di rivivere qualche altro sogno, quello che si era ripetuto tante volte nella gioventù: la madre -che infatti non guidava mai- fermò la macchina e scese per chiedere la strada per il suo paese -strada che conosceva benissimo- e la macchina si mise in moto da sola e puntò dritto nel canale, accanto al ponte di acciaio. Lei restò intrappolata nella macchina e sentì il ribollire dell'aria mentre ribollivano gli ultimi pensieri -per quanto fossero pensieri, sembrava piuttosto stupore, incredulità per tutte queste coincidenze improbabili. Sprofondò la macchina, e l'ultima cosa che vide fu l'acqua torbida che entrò per il finestrino. E quel incubo sì che faceva paura: si svegliò di soprassalto con uno spavento esistenziale .
Tuttavia rimaneva calma la paura attuale, era un rendersi conto delle cose irreversibili ed era quasi come il sollievo che si sente nel momento in cui, dopo un lungo viaggio, si arriva al destino. E sempre stavano sprofondando. Poi, con un gesto brusco provò a liberarsi dalla vecchietta, ma il movimento venne ridotto dalla pressione dell'acqua, si convertì in un gesto alla moviola e la presa persistette. Alzò lo sguardo e vide allontanarsi la superficie in un vago spazio riempito di fumo.
Assomigliò a quel fumo fitto dell'incenso dei funerali cui usava assistere al posto dei suoi, solo per porre un biglietto di condoglianze e che gli faceva sempre un effetto soporifero e faceva sì che non poté trattenersi dallo sbadigliare.
Ora restò un solo pensiero, che la mancanza d'ossigeno l'avrebbe stordita, una sciocchezza pensò, boccheggiò, sbadigliò, e notò che anche in quel buio denso, viscoso, penetrò quel sibilare onnipresente e soffocante. 
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