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| Foto: radunno delle cornacchie al mulino a vento, Roux-Miroir |
Seduta sulla panchina della piccola stazione un po’ squallida guardava il
cielo invernale in cui il vento sembrava impazzito e provava a mandare a quel
paese le nuvole grigie che volavano basso, le scacciò per lasciare un buco
azzurro, che più in alto subito si riempì di nuovo di grigio e così fluttuavano
diversi strati di nuvole in direzioni contrarie. E di scatto apparve un volo di
cornacchie, dal vento guidate, sparpagliate, raggruppate. Sembravano fare un
ballo disorganizzato di sagome nere sul sottofondo di piombo, per disperdersi in uno svolazzamento,
emettendo dei gridi che assomigliavano al sibilo del vento che scuote i fili
sopra il binario.
Continuava a fissare il cielo freddo in movimento continuo. Da piccola
aveva avuto un sogno ricorrente in cui sapeva volare. Per sollevarsi, bastava girare
a sinistra tante volte, poi battere le braccia diventate ali e cercare il
flusso d’aria e bisognava sempre credere e restare convinta di potercela fare, altrimenti
sarebbe caduta. In quei sogni mai e veramente mai era caduta, anche se talvolta aveva
faticato ad alzarsi e a trovare il flusso che la portò via. Adesso di tutto
questo le restavano ancora l’idea di leggerezza, forse anche di un’assenza di
tempo, un vuoto infinito tutt’attorno
in cui flottava e la consapevolezza della vita che lasciava indietro laggiù, la gente, le case, i
pensieri, tutti rimpiccoliti, futilità. Contavano soltanto la carezza del vento,
il volo, il movimento senz’alcuno sforzo… e una quantità immisurabile di 'adesso'.
Partito il treno, restava sola per qualche tempo sulla piattaforma,
guardando il cielo. Poi si alzò dalla panchina, fece qualche giretto a
sinistra, battè le ali un po’ incerta, si sollevò in un volo grazioso e sparì
nella direzione opposta del treno.

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