Nel 1982 il mio ragazzo faceva il monitor e accompagnava campi estivi di giovani, così un giorno partì per l’Italia, a Torricella sul Trasimeno. Lui stava all’Home RTT, un centro di vacanze per figli di gente che, come suo padre, lavorava per l’Ente di telefonia e telegrafia. E siccome non potevo stare senza vederlo per due settimane, da sola partii in treno per l’Italia. Fu un viaggio divertente: il treno era stracolmo e dormivo per terra (in quei giorni riuscivo ancora a addormentarmi ovunque), durante il viaggio la gente si alternava, con degli autoctoni facevo due chiacchiere con poche parole e molti gesti, c’erano famiglie e giovani, e c’era un ragazzo che mi chiese se nel mio paese le donne avevano l’autorizzazione a viaggiare da sole (di sicuro fu un tizio del Sud a chiedermelo). Dovevo cambiare treno a Firenze e siccome dovevo aspettare un bel po’ di tempo, feci un piccolo giro nei dintorni di Piazza della Signoria, poi tornai alla stazione. Finalmente, dopo aver scambiato del gorgonzola - che stava fondendo a causa del gran caldo- e del pane con qualche giovane italiano affamato sul tragitto Terontola-Cortona, sono sbarcata a Torricella. Dalla stazione sentivo suonare l’Italiano di Toto Cotugno e solo adesso mi rendo conto che quel momento non riuscirà mai nessuno a cancellarlo dalla mia memoria. Dal suolo emanava quel calore che non avevo mai sentito prima, c’era un odore di rosmarino, mescolato con quello di lubrificante sparso sulla ferrovia, il sapore del gorgonzola e del pane appena consumato, quella canzone orecchiabile e il singolare piacere di sentirmi sola, di essere. Il capostazione sorrise quando mi sentì cantare in coro il ritornello.
Dai rari incontri con il mio ragazzo in quelle settimane non ricordo molto, mi restano in mente soprattutto una camminata da sola al mercato di Magione, una stravecchia di Montecolognola, incontrata sulla strada del ritorno, che se la sentiva di fare conversazione con questa forestiera, il campionato mondiale di calcio sullo schermo grande nella piazza accanto alla pizzeria Franci, (gridavamo “Italia, Mundiàààl!” e la sconfitta della Germania fu festeggiata fino a tardi nella notte), qualche pranzo con la famiglia che gestiva il piccolo campeggio dove avevo piantato la mia tenda canadese e tanti bicchierini di amaro al tartufo bevuti a piccoli sorsi nell’unico bar in cui si radunavano i vecchi per giocare a carte.
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