Foto: aprile 2007, Roux-Miroir
Non sono sicura se fosse nel ottantaquattro o nel ottantacinque, ma indubbiamente era primavera, e abitavo col mio ragazzo a Veltem, in una vecchia casa in cui non c’era ancora acqua corrente. Il bagno si trovava nel giardino e riscaldavamo le stanze tramite una sola stufa a carbone.
Era uno di quei giorni in cui me la sentivo di fare qualchesottise: partii in bici per Bruxelles (venti chilometri all’andata, e venti al ritorno). Non mi ricordo più niente della giornata passata al lavoro a Bruxelles, ma sulla strada del ritorno, da lontano, sul sentiero in mezzo ai prati, intravidi un tizio che si avvicinava, lento, lento, anche lui in bici, e presentivo che una volta vicino, si sarebbe fermato. Mi ricordo un viso con la barba, dei capelli lunghi, degli occhi celesti, che, mentre si avvicinava, cominciavano a sorridere. Frenò, ci accostavamo e all’improvviso cominciammo una conversazione. Vagava per la Francia o il Belgio, andava dove capitava, lavorava dove gli piaceva restare per un po’. Io invece non avevo niente di affascinante da raccontare: lavoravo in una ditta di assicurazioni e non mi piaceva mica il mio lavoro. Mi rammento che abbiamo avuto tutti e due un’esitazione prima di continuare la strada. Mi consigliava di prendere cura della mia bici, che era di modello olandese, robusto (e che qualche anno dopo, é caduta a pezzi). Avevo la sensazione di conoscerlo da sempre, e forse, se me l’avesse chiesto, sarei partita con lui, senza ripensarci o senza nemmeno tornarmene a casa per prendere qualche vestito…
Che strano, è soltanto durato un istante, ma mi è restato impresso nel cuore, per sempre. E ogni volta che me lo rievoco, penso sempre a quella canzone del grande vagabondo nostrano, Wannes van de Velde: “Ontmoeting met een mens”.
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