2010-09-15

Pezzi del passato - The owls are not what they seem

Foto: Anversa, Centraal station, fonte: gerdayd.web-log.nl

Nell’estate 1979 ho lavorato per un mese nel porto d’Anversa. No, non facevo la bella di notte in un bar nel quartiere del porto. Una delle due zie nubili che faceva la segretaria nella Simon Smits Natie, una ditta che si occupa del trasporto di merce nel porto, mi aveva proposto quel lavoro. Avevo appena passato l’esame di maturità e volevo guadagnarmi qualche soldo per poter fare un giro in treno attraverso l’Europa. Fino a quel momento l’avevo soltanto conosciuta come una donna vivace, aveva una bella voce e un riso inimitabile che suscitava l’ilarità con me e i miei cugini. Ma durante quel mese l’ho conosciuta in un modo completamente diverso. Non mi ricordo più se facevamo una parte del tragitto in treno insieme – io mi alzavo verso le sei (oddio, che tortura – spesso mi svegliavo con crampi alle gambe dalla stanchezza) per prendere il vecchio treno da Londerzeel a Mechelen, con la locomotiva a diesel e sedili in legno che cigolavano, e poi da Mechelen ad Anversa. Credevo che la zia dormisse sul treno, almeno non mi sembrava mica sveglia quando salivamo nel piccolo bus che ci portava nel porto.
A me faceva sempre impressione la stazione d’Anversa - dagli abitanti soprannominata de Spoorwegkathedraal (la cattedrale delle ferrovie) o anche de Middenstatie - con la sua tettoia di vetro, una costruzione in acciaio enorme, poi l’atrio imponente con i vagabondi che dormivano per terra e la grande piazza Regina Astrid, con l’ingresso dello Zoo. Il piccolo bus ci aspettava sulla piazza, penso che fossimo in sei a farci portare all’Albertkaai. Per chissà quale ragione, mentre aspettavamo l’ultima collega, mia zia scambiava gli occhiali a fondo di bottiglia con cui assomigliava ad un gufo per le lenti a contatto. Mentre stava rattoppando le lenti a contatto, si lamentava che per l’ennesima volta era in ritardo quella collega, una giovane che se l’intendeva con l’autista, anche lui un giovane, che mi sembrava simpatico ma secondo mia zia era piuttosto un perdigiorno-donnaiolo. Arrivata la collega, ci buttavamo nel traffico in direzione del porto. Dal finestrino guardavo sfilare strade, tram, furgoni, qualche gran edificio portuale, poi passavamo davanti a un bacino con tante vecchie case eleganti schierate intorno, mi godevo sempre quella vista, le volevo bene, quella Sint-Aldegondiskaai che conoscevo dal romanzo di Rose Gronon. Arrivammo all’Albertkaai, scuotati dal girare e dagli scossoni sul selciato ineguale, per mia zia ancora una ragione di lamentarsi.
Del resto durante la giornata, quasi non la vedevo, faceva il braccio destro del direttore e aveva il suo ufficio accanto a quello del boss. Mi dava ordini una segretaria, chiaramente “van ‘t Stad” (della Città con maiuscola, perché Anversa, per i suoi abitanti è l’ultima incarnazione della città) che mi faceva capire ben presto che il linguaggio popolare che parlavo non assomigliava del tutto alla loro nobile lingua (il dialetto van ‘t Stad). Durante tutto il mese continuava – assistita da altri colleghi – ad impregnarmi della consapevolezza dell’essere diversa. Quando nel refettorio, mi trattavano di Urbanus van Anus, quel artista comico fiammingo del Pajottenland, mia zia mi consigliava di non intrattenermi più troppo con loro, che facevo un’impressione buffa. In fatti me ne fregavo, tanto non erano capaci di individuare l’origine di un linguaggio diverso del loro. Al tavolo, c’era anche un collega, calvo, coi baffi, che ogni giorno mangiava senape sul pane. Diceva la zia: “credo che ne metta perfino sulla marmellata”. Lei faceva commentini su tutto e tutti e diventava chiaro che non era tanto amata dai colleghi. In quest’ufficio, in cui tutti gli impiegati erano costretti a passare la giornata senza nemmeno uscire a mezzogiorno (a fare cosa? Guardare i bacini, i camion, i container?) regnava un’atmosfera un po’ tesa, era come se ognuno avesse paura dello sguardo critico dell’ altro. Di tanto in tanto dovevo digitare dei messaggi telex, preparavo il nastro perforato e stampavo la prova, la sottomettevo per la verifica per poi inviare il messaggio con la telescrivente. A pensarci adesso, era un metodo di lavoro lento e burocratico. Uno dei colleghi per cui facevo i telex era un gobbo cavilloso, mi aveva già beccato una volta che avevo sbagliato le dimensioni del container che intendeva prenotare, per questo facevo attenzione specialmente con i sui messaggi. Eppure un giorno avevo trovato un errore in un suo scritto in francese, aveva sbagliato la concordanza del participio passato, e sapevo che era un caso eccezionale. Mentre preparavo il nastro, pensavo già alla faccia che avrebbe fatto, quando avrebbe visto il suo testo da me cambiato. Ho fatto finta di niente quando ho messo il testo sulla sua scrivania. La reazione non mancò: mi rimproverò, ma non mi detti per vinta, andò con la copia dalla zia e davanti a tutti i colleghi che si erano radunati, mormorando per tanta audacia, lei dichiarò che avevo ragione, e lo provò con la grammatica in mano. Da quel giorno mi trattarono con uno sguardo diverso, penso che avessero preso atto che effettivamente facevo parte della fazione della zia, quella persona austera, efficiente, con cui é meglio non scherzare. Ho lasciato che ci credevano e l’anno dopo, quando ci avevo lavorato per un altro mese, il direttore mi ha proposto un contratto a durata indeterminata e gli ho pure risposto di no, con soddisfazione.

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