Foto: 21 dicembre 1991, miglio su un tetto a Djiguibombo, Mali
In questi giorni d’estate indiana, quando la mattina il sole dipinge il cielo di viola e l’umidità della pioggia distende un velo cupo nella valle del Piétrebais, vediamo sempre gli stessi uomini africani che scendono la SS in bici o camminano a piedi sfidando la morte per investimento per recarsi al frutteto di La Chise. Si muovono in modo ritmico; la loro cadenza rilassata, sicura della fatica che li aspetta per guadagnarsi quattro soldi, mi rammenta quel viaggio da sardina nel bus da Bamako a Ségou fra campi di mango e la polvere della savana e i vestiti della gente sventolati dalla corrente, la sagoma del baobab accanto al Niger a Ségou e le canoe Bozo in controluce sul fiume a Markala, poi la musica calda con andatura leggera calma flessuosa. Quella musica del grande Ali Farka Touré, che oggi ringrazio di cuore per ogni singolo suono confortante della sua chitarra e della sua voce. Nel 1996 una mia bimba urlava sempre dai crampi allo stomaco e mi mettevo a dondolarla e a ballare stringendola nelle mie braccia sui suoni calmanti di Talking Timbuktu, finché dormisse. Nel 2002, mio figlio di appena tre settimane si era beccato un rotavirus, stavamo all’ospedale, allattavo a intervalli di mezz’ora e mi faceva pena vederlo perdere forza, ora dopo ora. Sono sopravvissuta a quelle notti in bianco con Farka e Ry Cooder che rasserenavano, mi custodivano come in un rifugio sicuro da quest’ ambiente artificiale. E anche adesso, di notte quando non posso raggiungere il regno di Ipno, con animo grato mi allieto con i suoni di Amandraio di giorno quando le orecchie mi straziano, cammino allegro accanto alla Dijle e le vecchie mura di Lovanio sul ritmo di Gomni.
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