[Foto: elegia per un picchio rosso maggiore]
Ce n’è voluta, ma finalmente è vuota la casa delle Ardenne. Mentre la prima
volta ci ho trovato pezzi di splendore di un passato remoto, quest’ultimo fine
settimana ha fatto piena luce sul lato penoso della vita della zia. In cantina negli
scaffali la confettura del 1980 a prima vista intatta, lo sciroppo di sambuco “vintage”,
la collezione di retine delle arance, una ventina di elettrodomestici rotti, la
merda dei topi nei cassetti, vasi da conserva e noci mangiati dai roditori in
ogni angolo, e mentre stavi spazzando ti riempivi i polmoni di una specie di polvere
appiccicosa e muffa.
E poi il peggio era la stalla, dal fondo al soffitto colma di cose e mobili
che già un secolo fa avrebbero dovuto essere scartati. Siccome la porta non chiudeva
più, e dall’altro lato c’era un buco nel muro, gatti e cani, ratti e topi c’erano
entrati e ci avevano festeggiato e fatto i propri bisogni e il fetore aveva ben penetrato ogni
libro, ogni cuscino che ci era stato gettato. Procedevamo lentamente ma
sicuramente sollevando mobili, rifiuti, pezzi di ferro e vetri rotti e
buttandoli nel contenitore e quando siamo arrivati quasi alla fine, nel buio ho
scoperto un oggetto con una forma un po’ strana. L’ho pigliato per la coda e
sono uscita e nella luce del giorno si è rivelato un gatto quasi mummificato,
senza alcun pelo e con la risataccia bianca della morte.
È finita in una risata con le figlie: “e se andassimo a domandare al vicino se ha perso il gatto?”
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