Ormai è la fine
della stagione dei cetrioli. E ricominciata la scuola e ricomincia la stagione
delle riunioni al lavoro. Riunioni di pianificazione, gruppi di lavoro, team-building...
Facciamo il brainstorming per poter affrontare le domande sul futuro del nostro
lavoro: Saranno ancora validi i sindacati nel 2020? Come immaginarsi un europa
sociale se ci aspetta un periodo di decrescità? Ci facciamo domande sulla
validità delle legge, del dialogo sociale. Le parole, le domande sulla lavagna
cominciano a crescere sinuosamente come cetrioli in tutti sensi. Sembrano strisciare
giù sul suolo, invadere la sala, si attorcigliano attorno ai piedi delle sedie,
si arrampicano sui vetri del corridoio provando a convincermi dell’utilità di quest’esercitazione.
Mi congedo dai colleghi per scappare alla stazione, into real life, quella
della gente comune che lavora a cottimo oppure di cervello, ma non troppo perché
deve lavorare per sopravvivere e non c’è tempo da farsi domande su validità, senso
o importanza, solo svegliarsi, lavorare e buonasera. E con l’andar del treno,
il vociare della gente al telefonino, mi viene in mente qualche articolo della
cronaca: quel furto di vacche scannate nottetempo sul prato, quella raccolta furtiva
di un campo di zucche che non ne restava nemmeno uno spicchio. Il racconto di
quel contadino che dice: sono tornati i tempi di prima che dopo la raccolta la
gente passa a prendere le patate che restano sul campo.
Mi sa che sia già
cominciata la decrescità. Solo resta da sperare che sarà una decrescità felice.
La felicità. Parola strana. Parola scarsa sulle lavagne delle riunioni.

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