Foto: stavo pensando alla grande onda di Kanagawa ?
E quando mi alzo dalla panchina di marmo grigio su cui mi ero seduta per leggere quel capitolo orrendo del naufragio nel ventre del mare, barcolla la strada, mi trovo in mezzo alla folla, formicola la gente dappertutto, e galleggia la strada come danzava la zattera sull’Oceano mare. Mi viene incontro la puzza di vomito riscaldato dall’asfalto, di deodoranti e aglio, per terra ci sono gomme americane che fondono, e mozziconi col rossetto, calpestati. E poi c’è quella luce del dopopioggia, i colori veri, intensi dei vestiti, l’oro luccicante sotto una camicia sbottonata, ogni cosa ben delineata, come se avessi scambiato la mia miopia di cinque per una vista perfetta, sorpasso una ragazza con una maglietta rossa col marchio gigantesco brillante, fatta da qualche bambino povero, e scruto le facce, chi apatico, chi posseduto, chi gelido, chi inconsolabile e mi sento come un naufrago in mezzo all’oceano di gente, ognuno immerso nel suo piccolo mare, e tutti insieme formano una corrente che mi trascina verso il largo. E mentre l’onda gigantesca sommerge la strada voglio salvarmi, fuggo la folla per raggiungere un vicolo vuoto e torno al lavoro, pensando a quei moribondi sulla zattera, nel ventre del mare, e poi, nei miei orecchi l’orchestra delle cicale amplifica il volume e una lieve brezza mi accarezza la testa rasata.
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