Non è che mi piace fare lo shopping nelle boutiques de haute gamme or even to dress up (se non è per un’occasione speciale, come un funerale o una festa), ma mi piacciono certi vestiti. Quando scelgo i vestiti, li preferisco piuttosto larghi che stretti, piuttosto a colori che formali, è un modo di tradurre il mio stato d’animo ed altrettanto mi piacciono certe lingue stranieri.
Ne esiste una varietà inestimabile e in ogni lingua posso immaginarmi che esistono dei dialetti, dei gerghi, un linguaggio giovanile o un linguaggio dei circoli alla moda. C’è una versione scritta in poesia o in prosa, una da domanda e una da risposa, una sussurrata oppure cantata, una che insulta o consola, un’ambigua o frivola. Ebbene, certe lingue possono pizzicarmi, come dei vestiti di lana grezza, certe altre mi sembrano sordidi come la gente che si veste in modo volgare, altre ancora mi sembrano generose come delle scollature esuberanti ma spesso questa sensazione è influenzata dalla persona che indossa i vestiti, quella che “porta” la parola, la dipinge con il timbro della sua voce, la condisce con il proprio umore, la trasforma in una melodia adatta al tempo e la società in cui si trova.
Io non sono un oratore, preferisco la lingua scritta perché mi stufo di sentirmi stonare la melodia usando le parole sbagliate, confondere le idee che intendevo chiarire. Mi piace piuttosto ascoltare, leggere, assaggiare un bel racconto, riassaggiare le parole che vestono il silenzio, vagare nel mondo che canta in tutte le lingue che esistono.
Nessun commento:
Posta un commento