Nel treno mattutino c’è il
giovane che sembra l’attaccapanni dei propri vestiti da quanto ha smesso di mangiare:
un giorno si pasce d’incanto, un altro di dolore. Oggi è palesemente quello del
dolore del doversi tirar su per salire nel vagone, del sedersi con la testa
incassata tra le spalle. Lancia uno sguardo da cane bastonato sul foglio
bianco e con un sospiro si mette a scrivere una lunga lettera piena di punti
interrogativi e tante “P” di piombo che pesano sulla sua presunta anima incompresa. Con
ogni parola pianta un chiodo ben fisso nel muro della sua disperazione,
all’inizio sistema i suoi pensieri ben allineati e dritti come pioppi accanto al Po,
poi passa dal perché e dal percome alla partenza, alla passione spenta e alle
promesse e progetti mai compiuti. Porca pernacchia! Il suo pizzicato si
perde nel patetico invocare pietà per il suo patire le pene di un amor
perduto e purtroppo, provando e riprovando ad uscire dall’incoerenza delle sue
parole, ne dimentica il senso e guarda perplesso le righe diventate ormai una mera
sfilata di lettere d’alfabeto, che si confondono e si lanciano in una tarantella ipnotizzante. Decide
esaurito che per oggi basta. Domani riprenderà la penna, chissà con piacere, per un pezzo di
poesia pura.

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